Tra Cannes e Nizza, a tre chilometri dal mare e quindici dall’aeroporto Nice-Côte d’Azur, la cittadina di Biot è, come dicono i francesi, una ville d’art et metiers, caratterizzata da un’intensa attività artistica e artigianale. Intorno alla vetreria, alle arti del fuoco e della terra, ai mosaici, ai gioielli e alle arti plastiche si è sviluppato un turismo creativo che incuriosisce e coinvolge i visitatori. Tradizioni, festival e mostre vanno in scena tutto l’anno, dal mercato provenzale a quello alimentare, con eventi stagionali come il festival della mimosa. Ma quest’anno il top è la ripresentazione di un avvenimento unico, una vera festa: da venerdì 31 marzo a domenica 2 aprile Biot celebra i Templari con una rievocazione storica, concerti, convegni, cortei, giochi, tornei, fiaccole, riproduzione di un accampamento del XIII secolo, spettacoli di fuoco, gare di tiro con l’arco, botteghe e mercati medievali, bancarelle di artigianato. Dalle 8 del mattino alle 11 di sera centinaia di artisti e artigiani esporranno e lavoreranno ricreando a Biot uno scenario medievale totalmente ricostruito nelle stradine del centro storico del villaggio che ben si prestano alla rappresentazione. Questa originale manifestazione dal ricco programma attrae 50 mila persone da tutta Europa: è stata lanciata per la prima volta nel 2009 in occasione degli 800 anni della Commanderie, uno dei centri di comando dell’Ordine prima della sua forzata dissoluzione, poi ripetuta e cresciuta negli anni per riprendere ora, dopo la sosta forzata imposta dalla pandemia.

Un po’ di storia
L’antico abitato celtico-ligure di Biot fu conquistato dai Romani più di 2000 anni fa. Molti resti, monumenti e iscrizioni murali testimoniano questa storia durata più di 5 secoli. Dopo il turbolento periodo medioevale, il conte di Provenza Alfonso II donò i suoi possedimenti di Biot all’ordine dei Templari, che estesero e difesero il territorio facendo del villaggio adagiato sulla cima di una dolce collina una commenda templare che durò dal 1209 per un secolo, fino agli arresti dei Templari nel 1308. Guerre ed epidemie fecero abbandonare successivamente il villaggio, ricostruito solo nel 1470 da una cinquantina di famiglie provenienti dalla regione ligure di Oneglia. L’originale chiesa di Santa Maria Maddalena iscritta dal 1984 nell’inventario nazionale dei monumenti storici fu riedificata nel XV secolo sulle rovine di una vecchia chiesa romanica e conserva affreschi rinascimentali riportati alla luce durante i lavori di ristrutturazione del 2013. Molte vestigia della costruzione medioevale rimangono visibili: porte fortificate, mosaici di ciottoli colorati, pietre incise e croci di Malta, perché furono proprio i cavalieri di Malta e ricevere l’eredità dei Templari.

Poco a poco Biot si arricchì e si espanse sulla base di una fiorente industria del vasellame e della ceramica. Naturalmente ricco di argilla, sabbia, manganese, legno e pietra da forno, il territorio era propizio allo sviluppo di questa industria: per secoli gli artigiani locali si sono tramandati la tecnica per produrre vasi destinati a conservare e trasportare liquidi e altre merci deperibili. Le giare di Biot costituivano la parte più importante del commercio del vicino porto di Antibes: venivano spedite a Marsiglia, e da lì ai più importanti porti del Mediterraneo, come Genova, Bastia, Cagliari, Livorno, ma anche nel Levante e in Africa. Centinaia di migliaia di vasi sono stati esportati nel bacino mediterraneo e persino nelle Antille, in America e nelle Indie, con apice nel XVIII secolo quando il comune comprendeva una quarantina di fabbriche attive. Con il continuo miglioramento dei mezzi di trasporto, la rivoluzione industriale e la comparsa di nuovi materiali la fine del XIX secolo vide il declino delle fabbriche di vasellame. Tuttavia, il gusto per le decorazioni provenzali della terracotta permise una rinascita di questa industria dopo la seconda guerra mondiale, grazie al savoir faire artigiano che fa parte dell’identità del paese. La produzione riprese a svilupparsi grazie tra l’altro all’arrivo di artisti di fama mondiale come Fernand Léger, Hans Hedberg e Roland Brice. Questa interessante storia della ceramica legata a filo doppio con la storia del territorio è testimoniata da numerosi reperti, costumi e fotografie d’epoca e si può conoscere e toccare con mano visitando il piccolo interessante Museo della storia e della ceramica di Biot che si trova in rue Saint-Sébastien proprio al centro del paese.

Ma il futuro è sempre gravido di opportunità per chi è pronto a coglierle. Nel 1956 Éloi Monod, ingegnere ceramico e quindi figlio della cultura artigiana di Biot, ebbe un’idea nuova e inventò il vetro a bolle creando la Vetreria di Biot, tuttora in piena attività; per il suo raro know-how ha ottenuto il marchio di riconoscimento Heritage Company Vivant. Acquisito il know-how e maturato il mestiere, diversi apprendisti della vetreria divennero nel tempo a loro volta artigiani con propri laboratori indipendenti, sviluppando così un nuovo e fiorente filone di attività. Biot si trasformò così in capitale del vetro ed è oggi rinomata non solo in Francia per la lavorazione del vetro a bolle, che negli anni ha conservato fascino e autenticità. Oggi è uno spettacolo partecipare a corsi di scoperta del vetro o semplicemente ammirare i maestri vetrai, sempre pronti a far conoscere il loro lavoro affascinante e rivelare alcuni segreti di fabbricazione mentre creano opere uniche, classiche o insolite davanti ai visitatori. La Vetreria di Biot ospita anche un museo, la Galleria Internazionale del Vetro, che riunisce in mostra creazioni di diversi artisti di fama internazionale con bicchieri, bottiglie, brocche, caraffe, candelieri, vasi nei colori più diversi come rosa sabbia, lime, ametista, blu persiano.

Arte
A Biot storia, artigianato e arte si mescolano dunque in maniera indissolubile. Poco lontano dal centro storico ai piedi del villaggio si trova lo straordinario Museo Nazionale Fernand Léger, l’unico museo monografico dedicato a uno dei maggiori artisti del XX secolo che proprio qui visse e lavorò. Pochi mesi prima della sua morte nel 1955 Léger che si era stabilito in Costa Azzurra per seguire la lavorazione delle sue ceramiche acquistò un terreno con una piccola costruzione provenzale, il Mas Saint André. Su questo appezzamento di terra la sua vedova Nadia e Georges Bauquier, suo stretto collaboratore, decisero di creare un museo per rendergli omaggio e promuovere la conoscenza del suo lavoro. Il progetto edilizio dell’architetto André Svetchine incorpora un enorme mosaico, originariamente previsto da Léger per la decorazione dello stadio di Hannover ma mai realizzato: con i suoi colori abbaglianti permeati della natura mediterranea costituisce una testimonianza attuale e viva della sua opera. Il museo è immerso in un parco circostante progettato dal paesaggista Henri Fisch. La sera del 13 maggio 1960 l’inaugurazione fu un evento eccezionale con più di cinquemila ospiti sotto il patrocinio di artisti di fama mondiale come Picasso, Braque e Chagall e celebrità del mondo letterario e artistico, star del mondo del cinema e della politica.

La collezione permanente del museo raccoglie opere gioiose e coloratissime realizzate dall’artista tra il 1905 e il 1955. Fino al 27 febbraio va in scena anche l’interessante mostra temporanea Il paesaggio nell’opera di Fernand Léger, occasione per presentare per la prima volta alcune delle recenti acquisizioni del museo che si arricchisce regolarmente. Oltre alla fascinazione per l’emergere della città moderna, Léger rimane legato agli elementi naturali e alla rappresentazione di una certa ruralità. I paesaggi gli ricordano con nostalgia la fattoria normanna della sua infanzia. A contatto con la natura Léger seleziona elementi come rami, radici e fiori che talvolta coglie alla maniera degli impressionisti e ne sottolinea la bellezza formale.

Tecnopolo e Hotel
A pochi chilometri da Biot, Sophia Antipolis è un centro di ricerca nel cuore di una magnifica pineta di 2300 ettari. Questo tecnopolo, replica francese della famosa Silicon Valley, riunisce numerose aziende internazionali ed è diventato una fonte di lavoro nei settori della ricerca scientifica avanzata, delle scienze e tecnologie dell’informazione, della comunicazione multimedia, della medicina, della biochimica, della farmacologia, della fisica e della robotica. In questa zona collinosa e verde si sono installati diversi alberghi: tra questi da meno di due anni il Moxy Sophia Antipolis, che porta il marchio giovane e un po’ irriverente del gruppo Marriott. E’ una vasta costruzione moderna con 179 camere su 4 piani compreso il piano terra, ampio garage sotterraneo e spazio parcheggio all’aperto. Le camere standard hanno una superficie di 17 mq, quelle premium di 24, mentre le suite per famiglie arrivano ai 40 metri quadrati. L’atmosfera è quella di un hotel lifestyle adatto a chi soggiorna per lavoro o per vacanza, informale, molto libero ed eco-friendly: non c‘è una vera e propria reception, si viene accolti al bar con un cocktail di benvenuto, la lounge è condivisa, si lavora, si chiacchiera, si mangia in un vasto e luminoso ambiente fatto di angoli, salottini, tavoli in legno, giochi, aperti sul retro sulla piscina di 25 metri circondata dal verde. La ristorazione propone una piccola carta veloce di finger food, piatti da condividere, sandwich, burgher, pizze, insalate, ma c’è anche un piatto di pasta alla provenzale con panna, pomodori, peperoni e zucchine e il duo di mare con la tartara di salmone e di tonno. Grande rispetto per le abitudini e i gusti individuali sotto il motto di work&have fun!, servizio curatissimo e amichevole, feste a bordo della piscina, biciclette a disposizione, caratterizzano un albergo molto diverso dal solito stile paludato degli alberghi cittadini.

Info:
it.france.fr
www.biot-tourisme.com
www.marriott.com/en-us/hotels/nceoa-moxy-sophia-antipolis

Testo/Leonardo Felician – foto/Cynthia Beccari